PROPRIOCEZIONE E INTERGAZIONE FASCIALE

Partiamo dal presupposto che le più grandi scuole di pensiero umanistiche esistenziali, che hanno fondato modelli di cura destinati a fornire risposte concrete sull’essere umano, già nella prima metà del novecento si occupavano indirettamente di propriocezione. Basta pensare al semplice assunto in cui  la visione della realtà, riconosciuta esclusivamente fonte di percezioni soggettive, è suscettibile al cambiamento solo attraverso una nuova prospettiva trasformazione interpretazione dell’ambiente percettivo.
Alcuni di questi furono Abraham Maslow o Carl Rogers, centrati nei loro modelli sulla comprensione empatica ed esistenziale dell’essere umano. Occorre citare anche Fritz Perls che, con la terapia della Gestalt, sintetizzò chiaramente quanto la visione di insieme di un singolo fenomeno, produce un risultato percettivamente diverso dalla somma di tutte le sue parti. Ma qual è allora la percezione giusta, propriamente detta, ovvero la “propriocezione” della realtà in mezzo a così tante soggettività e commistioni di esperienze personali?

Interessante conoscere il ruolo del neurofisiologo Charles Scott Sherrington, uno dei primi a parlare di propriocezione attraverso lo studio dei riflessi e  delle proprietà del sistema nervoso, il quale sconfinava i suoi interessi nella filosofia e nella scrittura, aperto all’aspetto più umano e visionario della persona. Immaginiamo quindi che l’aspetto umano e personale sia forse quello che più influenza l’ambito propriocettivo del reale.
A partire dai suoi studi infatti, si è potuto arrivare oggi alla concezione che il cervello non è solamente un organo recettivo ed esecutivo ma principalmente un apparato interpretativo, predittivo ed elaborativo, senza dimenticare l’aspetto anticipatorio e la sua capacità simulatoria. Questo è dovuto al fatto che le informazioni che vengono dal corpo e dall’ambiente sono talvolta informazioni poco chiare e sconnesse, che hanno bisogno di un’interpretazione, di una riformulazione o di 
una rivisitazione. Ciò avviene proprio il nostro cervello, la capacità di assumere questo compito varia in base a come si è sinapticamente o neuro plasticamente costituito in relazione alle esperienze. 

Ogni individuo crescendo si è modellato all’ambiente, lo ha interpretato ed ha organizzato il suo sistema somato percettivo. Impegniamo normalmente canali sensoriali preferenziali nel rapporto con la realtà, e tratteniamo o eliminiamo talvolta informazioni sensoriali provenienti da altri canali.
Come esseri umani, a differenza degli animali che sopravvivono in base alla loro capacità omeostatica basata sulla preservazione di un equilibrio di valori fisiologici interni, modelliamo continuamente l’ambiente e lo adattiamo alla soddisfazione dei nostri bisogni personali.

Questo principio richiede una capacità anticipatoria dei bisogni e una preparazione interna a soddisfarli, ancora prima che essi compaiano. Anticipazione, adattamento, simulazione sono le parole chiave che ci contraddistinguono in una organizzazione efficiente del nostro organismo all’ambiente. A questo punto l’aspetto più interessante è comprendere come proprio i recettori interstiziali che si trovano nel tessuto connettivo e nella fascia siano i diretti responsabili della maggior parte della nostra propriocezione elevando il tessuto connettivo al principale organo sensoriale del nostro corpo.

Network di ogni sistema, il connettivo è il canale attraverso il quale passano le fibre a delta, le fibre c, e parallelamente tutte le fibre sensoriali del nervo vago, nervo che comanda i visceri ma che è soprattutto il più importante nervo sensoriale. La stimolazione del connettivo mette in moto una serie di informazioni che, passando dal tronco cerebrale, al nucleo del tratto solitario e ai collicoli superiori, arrivano sempre più verso la corteccia, al talamo e all’insula, fornendo in quest’ultima una serie di mappe del nostro organismo: mappe termiche, fisiche, emotive, chimiche elettriche psicologiche emotive e sociali. L’organismo ha sempre bisogno di sapere cosa succede dentro di lui, per poi generare una nuova serie di informazioni che dalle cortecce tornano in periferia, e regolano organi, sistema nervoso e tutto il resto. 

Pensiamo allora a come un lavoro fasciale possa aiutarci a conoscere il nostro organismo e a tollerare le sue modificazioni, senza generare ansia, come possa aiutare l’essere umano a sopportare sempre più evidenti integrazioni migliorando la possibilità di adattarsi all’ambiente, di conoscerne gli effetti, e di accettare il cambiamento. Persino la percezione della propria età soggettiva ha effetti sulla salute, sottolinea Bottaccioli al recente convegno sulla  propriocezione tenuto a Milano. Come percepiamo il nostro corpo e lo pensiamo ha effetti addirittura sulla longevità. Possiamo ritenerci fortunati di avere uno strumento così potente come il lavoro di integrazione fasciale che non solo ci permette di agire sulla forma e sulla struttura, riportando il corpo ad un equilibrio che soddisfi i canoni della salute e del benessere, ma che permetta di percepirci in forma più completa, integrando informazioni utili alla nostra integrità ed evoluzione personale.

di  Marco Montanari
Psicologo, Psicoterapeuta e ideatore
dell’Integrazione Fasciale