Postura normale e posture patologiche – II parte

Abbiamo visto nell’articolo precedente che il concetto di normalità posturale non ha un valore assoluto, ma al tempo stesso come sia importante avere un riferimento/modello a cui confrontarsi per definire un linguaggio comune in campo posturale. Aggiungiamo ora che il modello è relativo all’ortostasi (la posizione in piedi con sguardo rivolto avanti), ovvero una posizione ben definita e ferma nello spazio tempo.
La posturologia sa molto bene che in realtà l’uomo non è in grado di mantenere questa posizione in una statica assoluta. Se infatti ci mettiamo in piedi nella posizione di riferimento “normale” e chiudiamo gli occhi, immediatamente ci accorgiamo che il nostro corpo oscilla in tutte le direzioni. Questa oscillazione avviene anche ad occhi aperti, anche se la mira fissa davanti a noi riduce la nostra percezione di spostamento.

Quindi, la nostra postura in piedi non ha nulla a che fare con una posizione fissa, ma al contrario ha molto a che fare con un continuo cambio di posizione, se pure molto contenuto. È sempre per questo motivo che l’uomo, a differenza del cavallo, non può dormire in piedi. Questo avviene perché il mantenimento della posizione ortostatica (forse dovremmo scrivere orto dinamica) è possibile solamente grazie al continuo intervento del sistema nervoso autonomo che regola, fa contrarre o rilassare, allinea, anticipa tutti quei piccoli movimento che il corpo compie nello spazio e che percepiamo così bene ad occhi chiusi. Dunque la postura va interpretata come dinamica e non come statica e anche in questi termini esiste una normalità di  riferimento ed una relativa patologia, anche se in posturologia il mantenimento di una dinamica normale va considerata strategia posturale. Possiamo parlare allora di buona strategia e cattiva strategia posturale.

UN PENDOLO INVERSO

Già nel 1864 Vierordt a Berlino aveva intuito questo aspetto e “misurato” la dinamica posturale fissando sulla punta del casco dei soldati una piuma che, sfregandosi contro un disco rivestito di fuliggine, descriveva i movimenti del corpo e le loro ampiezze. Oggi, con mezzi tecnologicamente evoluti come la stabilometria elettronica, possiamo asserire che la parte più alta del corpo (il vertex secondo la anatomografia degli antropologi) si sposta mediamente in un arco di cerco di più o meno 4°. Può sembrare pochissimo rispetto alla nostra base di appoggio che è sufficientemente grande per ospitare oscillazioni molo superiori, ma dentro questi + o – 4° d’arco avviene uno straordinario lavoro di strategia posturale del sistema nervoso.

Il sistema nervoso autonomo regola in continuazione i nostri spostamenti e le nostre  anticipazioni per permetterci di rimane all’internodi questi 4°. Quello che si misura con la pedana stabilometrica è proprio lo spostamento del nostro centro di massa proiettato al suolo. Il risultato è una linea continua in tutte le direzioni  sul piano di appoggio (avanti, indietro, destra e sinistra) che chiamiamo GOMITOLO. L’ellisse che comprende il 90% del gomitolo rappresenta l’area del nostro spostamento nel tempo (51,2 secondi per convenzione internazionale). Il gomitolo può essere spostato rispetto al centro di massa ideale e questo ci fornisce un primo dato sullo squilibrio statico/dinamico del corpo. Inoltre l’ampiezza dell’area e la lunghezza del gomitolo ci forniscono ulteriori dati sulla strategia del soggetto nel mantenere la posizione ortostatica.

Una postura con strategia buona prevede un equilibrio tra lunghezza del gomito e l’area che descrive. Possiamo avere una cattiva strategia con un area grande ed una lunghezza eccessiva o ancora con un’area molto piccola, ma sempre con una lunghezza eccessiva dello spostamento, indici questi di un  sistema rigido e instabile che nella realtà di tutti i giorni si traduce in tensioni miofasciali importanti per contrastare instabilità e rigidità.

In realtà in posturologia sono molti altri i dati che leggiamo da una stabilometria, ovvero una misura della ortostasi con piedi divaricati di 30° e mira
fissa davanti agli occhi a non più di 2 metri dal soggetto. Ad esempio, con alcune pedane stabilometriche possiamo vede il diverso lavoro dei due piedi. In questa foto della stabilometria si può notare come il piede sinistro si muova molto di più del destro, indice questo di una disarmonia di appoggio che quasi sempre l’operatore fasciale riscontra sulla linea posteriore a livello del muscoli paravertebrali e certamente a carico della linea a spirale con rotazione dei cingoli (bacino e spalle).

OGGETTIVARE LE OSSERVAZIONI POSTURALI
In pratica con la stabilometria possiamo in effetti misurare con precisione quasi assoluta la nostra postura. Un soggetto con dati stabilometrici normali quasi mai si troverà ad affrontare problematiche algiche, mentre una variazione importante dalla normalità degli stessi dati è quasi sempre l’oggettivazione di patologia e sintomatologia, asimmetrie e risposte miofasciali inappropriate.

IL SISTEMA TONICO POSTURALE E’ UN SISTEMA COMPLESSO
Così possiamo definire la nostra postura: una continua interazione tra sistema nervoso, muscoli e fascia. Osservare solo uno di questi elementi significa guardare parzialmente ciò che sta difronte a noi. Quando lavoriamo sulla fascia interagiamo con un sistema complesso la cui risposta non è quasi mai diretta e linearmente consequenziale al lavoro che stiamo facendo. Il sistema tonico posturale ci invita a scoprire dove sono “nascosti” gli ostacoli che se  rimossi possono realmente determinare un cambiamento della nostra strategia posturale. Come scrive uno dei grandi studiosi della posturologia Pierre Marie Gagey “esaminare il tono posturale costituisce un lavoro terribile”. Questo perché il tono posturale è incredibilmente mutevole e sfugge in  continuazione assecondando le direttive del sistema nervoso.

OSTACOLI EMOTIVI E TONO POSTURALE
Se riconducessimo tutto a dati oggettivi e misurabili, cosa per altro che costituisce l’essenza della scienza, rischieremmo di non prendere in considerazioni anche il ruolo che le emozioni hanno sul nostro tono di postura. In qualità di operatori di integrazione fasciale sappiamo leggere molto bene attraverso le nostre mani cosa accade tra le fibre di connettivo e come la componente emozionale sia in grado di “strutturarsi” nel connettivo e nelle fascia. Ecco quindi che possiamo rimuovere quegli ostacoli che non sempre con le potenti armi della posturologia possiamo riconoscere e risolvere. Va da se che la possibilità di intervenire sul tono posturale con maggiori strumenti incrementa notevolmente il nostro arsenale d’azione e mette a disposizione della persona che si rivolge a noi la possibilità di sperimentare più alti stati di benessere.

Dott. Franziskus Vendrame, Chinesiologo, dottore in scienze motorie, Laurea in pedagogia psicomotoria speciale